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Il Congresso Nazionale del Partito Comunista renderà il Presidente cinese più potente che mai. Quali saranno le conseguenze per la Cina, e per il mondo intero?

A ottobre, la Grande Sala del Popolo in Piazza Tiananmen ospiterà il Congresso Nazionale del Partito Comunista, un'assemblea che si tiene ogni cinque anni per definire gli avvicendamenti al vertice del governo cinese.

Nonostante la pompa magna, il Congresso non è altro che una mera formalità. Il vero lavoro politico viene svolto nei mesi che precedono l'evento a Zhongnanhai, un compound isolato qualche centinaio di metri a nord della Grande Sala. Qui, negli edifici del Governo costruiti in mezzo a pacifici giardini, il Presidente Xi Jinping ha messo a punto il suo team in previsione del secondo mandato quinquennale, promuovendo gli alleati e gettando i rivali nell'oblio politico.

Una volta concluso il Congresso e ottenuta l'approvazione delle proprie decisioni da parte dei principali comitati di partito, il Presidente acquisirà un potere maggiore di qualunque altro leader cinese dai tempi di Mao. Sfrutterà questa posizione privilegiata per dare impulso alle riforme o continuerà a inasprire il controllo del governo sull'economia? E in che modo il suo approccio alla politica estera modellerà il rapporto della Cina con il mondo esterno?

La riforma 2.0.

Una volta ottenuta la presidenza nel 2013, Xi si era inizialmente presentato come un riformista, alla maniera di Deng Xiaoping. In quell'anno, la terza sessione plenaria – una riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista – aveva definito un ambizioso programma politico denominato nei media statali “Riforma 2.0”, in una chiara allusione al primo ciclo di riforme varato da Deng negli anni Ottanta, con l'impegno di consentire alle forze di mercato di assumere un “ruolo decisivo” nell'economia e promuovere lo sviluppo del settore privato. L'intento era chiaramente quello di ribilanciare l'economia, riducendo gli investimenti statali e finanziati tramite debito e spostandosi verso un modello di crescita maggiormente orientato ai consumatori.1

Tuttavia negli anni immediatamente successivi questo programma di riforme è passato in secondo piano, a causa della decisione di Xi di centralizzare il potere politico (soprattutto con significative misure anti-corruzione) e di dare la priorità a una crescita vigorosa e trainata dallo Stato. Il Presidente ha comunicato l'intenzione di mantenere la promessa del predecessore Hu Jintao, ossia raddoppiare il volume dell'economia tra il 2010 e il 2020 e avviare massicci programmi di stimolo fiscale laddove la crescita fosse scesa al di sotto dell'obiettivo del 6-7%. A questo punto c'è da chiedersi se, una volta conclusa la conferenza autunnale, Xi riprenderà infine in mano il piano annunciato nella terza sessione plenaria.

“Siamo tutti concordi sul fatto che Xi emergerà dal Congresso del Partito con un capitale politico maggiore,” afferma Evan Medeiros, Asia Director di Eurasia Group ed ex assistente speciale del Presidente Obama al Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca (NSC). “La priorità nel programma di Xi è la gestione economica, e il mio uso del termine ‘gestione’ non è casuale. Questo non significa che abbraccerà interamente il programma definito nella terza sessione plenaria, bensì metterà in atto un mix di riforme strutturali a livello di offerta appoggiandosi al contempo allo Stato, in particolare per quanto attiene alla politica industriale.”

Il grande ribilanciamento

La rinnovata amministrazione di Xi si trova ad affrontare numerose sfide: se vorrà ribilanciare con successo l'economia, dovrà gestire una montagna di debiti, riformare le stagnanti imprese statali e incentivare la domanda dei consumatori.

Fino ad oggi, il modello di crescita della Cina si è basato sulla canalizzazione delle risorse attraverso investimenti infrastrutturali dei governi locali, che hanno alimentato i debiti, fomentato la corruzione e arricchito le élite locali. Se la Cina intende passare a una crescita trainata dal consumo, necessiterà di una solida leadership per gestire questi interessi acquisiti e ridistribuire la ricchezza alle famiglie.

Secondo Michael Pettis, professore di finanza all'Università di Pechino, dopo che il Congresso Nazionale ne avrà consacrato la posizione di leader supremo cinese, Xi sarà nella giusta posizione per effettuare questa ridistribuzione con successo e portare avanti il programma della terza sessione plenaria.

“Nel 2009, prima che Xi assumesse la presidenza, avevo messo su carta quello che sarebbe stato il processo ottimale per il ribilanciamento economico in Cina: il primo punto della lista era la necessità che il presidente entrante operasse una netta centralizzazione del potere. A mio avviso, Pechino è consapevole della necessità di centralizzare il potere, per poter mettere in atto le riforme,” afferma Pettis.

Rimane da vedere se Xi sfrutterà il suo potere per effettuare un ribilanciamento economico o semplicemente per perseguire i suoi interessi politici personali. Sia Pettis che Medeiros ritengono che, almeno per i prossimi cinque anni, la Cina continuerà a promuovere l'economia di consumo e a sostenere la solidità politica di uno Stato monopartitico, opponendo resistenza a riforme di mercato o politiche più profonde.

Commercio e sviluppo

Mentre Xi consolida il suo potere sul fronte interno, la politica estera della Cina probabilmente ruoterà intorno a tre tematiche principali: commercio, sviluppo e sicurezza. La cancellazione dell'accordo Trans-Pacific Partnership (TPP) da parte di Trump in gennaio ha fornito alla Cina l'occasione per assumere la leadership economica nella regione dell'Asia Pacifico e Xi si sta adoperando per siglare un accordo commerciale separato, la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP). Molti degli stati interessati al TPP, tra cui Australia e Giappone, sono ora in trattative per prendervi parte.

Il pilastro centrale dei progetti di sviluppo internazionale della Cina è l'iniziativa Belt and Road (ex ‘One Belt, One Road’, OBOR). Si tratta di un progetto, o serie di progetti, sorprendentemente vasto, che abbraccia due principali rotte commerciali: la “belt”, che sostanzialmente segue la vecchia Via della Seta attraverso l'Asia centrale, e la “road”, una striscia di collegamenti marittimi tra l'Asia sudorientale, l'Asia meridionale e l'Africa orientale.

L'iniziativa Belt and Road coinvolge 65 paesi, che rappresentano il 29% della produzione globale e il 63% della popolazione mondiale. I progressi sono stati lenti ma stanno ora riprendendo slancio, soprattutto in due zone chiave della rete: il corridoio economico Cina-Pakistan, una serie di progetti infrastrutturali e agricoli del valore di 50 miliardi di dollari che collega le province interne della Cina occidentale al Mar Arabico, e il nuovo ponte terrestre eurasiatico, che comprende strade e linee ferroviarie di collegamento tra Cina ed Europa.

 “La Cina può considerare gli investimenti diretti all'estero come un punto di partenza per aumentare il suo coinvolgimento nell'economia globale,” afferma Will Ballard, Head of Emerging Markets and Asia Pacific Equities di Aviva Investors. “Gli investimenti si concentrano nei paesi in via di sviluppo, ad esempio con la creazione di strutture produttive condivise.”

Tuttavia la Cina non permetterà investimenti illimitati all'estero. Temendo l'aumento dell'indebitamento, Pechino ha rafforzato i controlli sugli investimenti di capitali all'estero e posto un freno negli ultimi mesi agli accordi internazionali dei conglomerati cinesi più coinvolti in attività di acquisizione. Ad agosto, il Consiglio di Stato cinese ha delineato nuove regole per limitare gli investimenti esteri “irrazionali”, affermando tuttavia che non cesserà di incoraggiare le aziende cinesi a investire nei progetti Belt and Road, in particolare in settori come l'agricoltura e la produzione ad alta tecnologia.2

Sicurezza

La sicurezza rappresenta il terzo pilastro della politica estera cinese. Molti paesi dell'Asia manifestano una certa preoccupazione per il crescente militarismo della Cina. Sotto la guida di Xi, la Cina ha rivendicato con forza la sua sovranità sulle Isole Senkaku (conosciute in Cina come Diaoyu), un arcipelago roccioso ad oggi controllato dal Giappone, e ha manifestato il suo disappunto in merito al contatto instaurato da Trump con il Presidente di Taiwan Tsai Ing-wen a novembre 2016, che ha rappresentato una rottura con il protocollo “One China” da parte degli USA.

In particolare, la Cina ha rivendicato il controllo delle rotte commerciali nel Mar Cinese Meridionale, a cui ritiene di avere diritto sulla base di criteri storici. La Cina sta costruendo isole artificiali anche in acque rivendicate da Brunei, Malesia, Filippine e Vietnam. Ad ogni modo, il rischio di un confronto tra la Cina e gli USA o i suoi alleati è “calato nettamente nel 2017”, afferma Medeiros. Le tensioni avevano raggiunto l'apice a luglio 2016, quando un tribunale dell'Aia si era pronunciato a favore delle Filippine che avevano avviato un procedimento contro l'attività di costruzione di isole artificiali della Cina; tuttavia il Presidente filippino Rodrigo Duterte ha evitato qualunque commento sul punto dopo la visita di Stato a Pechino a novembre dello scorso anno, quando i due paesi hanno siglato accordi commerciali per un valore di $13,5 miliardi.3

Questo dimostra che la Cina potrebbe affidarsi alla diplomazia economica piuttosto che al potere militare per dirimere eventuali controversie, e le sue risorse economiche potrebbero dimostrarsi decisive per disinnescare la minaccia più pressante per la sicurezza della regione: il regime instabile della Corea del Nord, dotato di un arsenale nucleare. Ad agosto la Cina ha manifestato il suo crescente disappunto nei confronti di Kim Jong Un, sostenendo le sanzioni economiche applicate dagli USA a Pyongyang.

La nuova potenza egemone?

Sebbene la Cina stia acquisendo un'influenza crescente grazie al suo valore economico e militare, la sua ambizione ha comunque dei limiti. A differenza degli USA, la Cina non ha intenzione di farsi coinvolgere in conflitti che non abbiano rilevanza diretta per la sua sicurezza interna o per i suoi interessi economici all'estero.

In quanto paese in via di sviluppo, per alimentare la sua economia in crescita la Cina ha grande necessità di materie prime. Ciò significa che continuerà a dare la precedenza ai collegamenti commerciali con economie in grado di fornirle queste risorse, ad esempio l'Africa subsahariana, piuttosto che cercare di acquisire maggior potere al tavolo delle trattative. Secondo Ballard, la struttura del commercio cinese è ancora nettamente diversa da quella degli Stati Uniti. “La Cina è un paese grande, ma ancora povero, e ciò ne influenza la domanda,” afferma.

Ciononostante, la struttura del commercio cinese si modificherà con la transizione verso una crescita orientata al consumatore. Anche se la Cina non è destinata a sostituire a breve gli USA come potenza egemone globale, sembra comunque destinata ad ampliare enormemente la sua influenza regionale attraverso i progetti Belt and Road e RCEP. Nel lungo periodo, i collegamenti commerciali e infrastrutturali che sta forgiando potrebbero dare ottimi frutti, in termini economici e politici.

Sul fronte interno ed esterno, il destino della Cina è sostanzialmente nelle mani di Xi Jinping e dei suoi collaboratori diretti. Il Presidente ha un potere immenso; che lo utilizzi per portare avanti le riforme o per consolidare la sua posizione, le implicazioni si faranno sentire ben oltre i confini della Cina. Quando salirà sul palco e prenderà la parola alla Grande Sala del Popolo, gli occhi della Cina – e del mondo intero – saranno puntati su di lui.

Riferimenti

1. Cfr. ‘The party’s new blueprint,’ The Economist, novembre 2013

2. ‘China to curb “irrational” overseas Belt and Road investment: state planner,’ Reuters, agosto 2017

3. ‘Philippines’ Duterte backs ‘new order’ led by China and Russia,’ Financial Times, novembre 2016

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RA17/1160/31122017